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Maree emotive e perturbazioni mentali (lasciare andare)

Acqua e nuvole sono buone metafore dell’impermanenza…l’acqua per rappresentare le emozioni, le nuvole legate all’elemento aria, per rappresentare i pensieri.

Quando siamo preda di forti emozioni o di pensieri ricorrenti, spesso ci dimentichiamo di osservare quanto accade nel mondo naturale, e restiamo coinvolti e bloccati attribuendo ai nostri stati interni ed emotivi delle proprietà di solidità e immanenza totalmente immaginate, stati di esistenza che in natura per l’appunto non esistono…

Già Ippocrate aveva proposto nel 460 a.C. la sua teoria degli umori, e la visione di un equilibrio tra caldo, umido, secco e freddo come uno stato di benessere globale dell’uomo, espressione della composizione degli elementi fondamentali allora individuati coma aria, acqua, fuoco, terra. Tale teoria  ha attraversato tutto il mondo antico, da Tolomeo a Galeno per giungere a Paracelso. Egli infatti introdurrà un metodo curativo, e un nuovo principio di equilibrio, fra i tre principi che concorrono alla formazione e all’equilibrio della materia, Sale, Zolfo e Mercurio. L’idea di base che viene sempre mantenuta è però quella di una corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, e quindi l’accesso a stati individuali riconoscendone i principi nell’universo.

Nel Buddhismo, in tutte le tradizioni, si identificano tre aspetti fondamentali  dell’esistenza, l’impermanenza o cambiamento o divenire (anicca); la sofferenza o l’insoddisfacibilità connaturata alle cose mondane (dukkha); il non sé o l’insostanzialità della personalità o l’inesistenza di un nucleo permanente e separato (anattā), aspetti che si possono facilmente identificare nell’esperienza quotidiana ma che spesso evitiamo di guardare per non abbandonare la nostra visione concreta, frutto di abitudini mentali e schemi di pensiero radicati.

In psicologia si parla di modelli operativi interni, creati durante l’infanzia come parte della nostra relazione di attaccamento verso le figure genitoriali, sulla quale modelliamo i nostri comportamenti e pensieri, e su cui possiamo aver costruito schemi abitudinari di pensiero e circoli viziosi che ci inducono sofferenza, specie se la nostra infanzia è stata colpita da eventi traumatici, episodi ricorrenti e non integrati di rifiuto, critica o disprezzo.

Quando questi stati emotivi, di rabbia e tristezza, si presentano alla nostra consapevolezza, li percepiamo come se fossero onde congelate che propongono sempre lo stesso stato emotivo ripetendo come in un ciclo infinito – un loop- la vecchia sofferenza, ancora e ancora.

E’ allora che potremmo generare un po’ di compassione per noi stessi (self-compassion), se è il momento di piangere, piangiamo pure, riconosciamo il nostro dolore ma allo stesso tempo, riconosciamo la natura di impermanenza delle nostre emozioni, e dei pensieri che le sostengono.

Lasciamo che le nuvole dei pensieri disfunzionali si sciolgano nell’orizzonte spazioso della nostra mente, e osserviamo i nostri stati emotivi come il mutevole aspetto del mare visto con lo sguardo del gabbiano, che può sorvolare con la stessa libertà i flutti più spaventosi, così come la trasparenza di una cristallina calma piatta.

Lasciamo andare, e l’impermanenza diverrà il nostro migliore alleato, la sofferenza perderà consistenza, e il non sé sarà una vera liberazione.