La dimora del corpo

 

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“Che effetto farebbe prendere dimora nel proprio corpo, nella sensazione di essere vivi e basta, anche se per pochi attimi, diciamo per cinque minuti alla fine della giornata, sdraiati a letto o seduti da qualche parte, la sera o all’inizio della giornata, persino prima di mettere giù i piedi dal letto? Che effetto farebbe? Potete scoprirlo, naturalmente, se solo incontrate voi stessi evitando deliberatamente di riempire il momento presente di qualcosa […] E anche se non siete agitati potete sempre ricordare, quando fate la doccia, di controllare se davvero vi trovate nella doccia o se la vostra mente sia da qualche altra parte a riempirsi fino all’orlo dimenticandosi di fare una capatina nel «qui e ora»: nell’acqua che vi scorre sulla pelle” 

Jon Kabat – Zinn

Maree emotive e perturbazioni mentali (lasciare andare)

Acqua e nuvole sono buone metafore dell’impermanenza…l’acqua per rappresentare le emozioni, le nuvole legate all’elemento aria, per rappresentare i pensieri.

Quando siamo preda di forti emozioni o di pensieri ricorrenti, spesso ci dimentichiamo di osservare quanto accade nel mondo naturale, e restiamo coinvolti e bloccati attribuendo ai nostri stati interni ed emotivi delle proprietà di solidità e immanenza totalmente immaginate, stati di esistenza che in natura per l’appunto non esistono…

Già Ippocrate aveva proposto nel 460 a.C. la sua teoria degli umori, e la visione di un equilibrio tra caldo, umido, secco e freddo come uno stato di benessere globale dell’uomo, espressione della composizione degli elementi fondamentali allora individuati coma aria, acqua, fuoco, terra. Tale teoria  ha attraversato tutto il mondo antico, da Tolomeo a Galeno per giungere a Paracelso. Egli infatti introdurrà un metodo curativo, e un nuovo principio di equilibrio, fra i tre principi che concorrono alla formazione e all’equilibrio della materia, Sale, Zolfo e Mercurio. L’idea di base che viene sempre mantenuta è però quella di una corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, e quindi l’accesso a stati individuali riconoscendone i principi nell’universo.

Nel Buddhismo, in tutte le tradizioni, si identificano tre aspetti fondamentali  dell’esistenza, l’impermanenza o cambiamento o divenire (anicca); la sofferenza o l’insoddisfacibilità connaturata alle cose mondane (dukkha); il non sé o l’insostanzialità della personalità o l’inesistenza di un nucleo permanente e separato (anattā), aspetti che si possono facilmente identificare nell’esperienza quotidiana ma che spesso evitiamo di guardare per non abbandonare la nostra visione concreta, frutto di abitudini mentali e schemi di pensiero radicati.

In psicologia si parla di modelli operativi interni, creati durante l’infanzia come parte della nostra relazione di attaccamento verso le figure genitoriali, sulla quale modelliamo i nostri comportamenti e pensieri, e su cui possiamo aver costruito schemi abitudinari di pensiero e circoli viziosi che ci inducono sofferenza, specie se la nostra infanzia è stata colpita da eventi traumatici, episodi ricorrenti e non integrati di rifiuto, critica o disprezzo.

Quando questi stati emotivi, di rabbia e tristezza, si presentano alla nostra consapevolezza, li percepiamo come se fossero onde congelate che propongono sempre lo stesso stato emotivo ripetendo come in un ciclo infinito – un loop- la vecchia sofferenza, ancora e ancora.

E’ allora che potremmo generare un po’ di compassione per noi stessi (self-compassion), se è il momento di piangere, piangiamo pure, riconosciamo il nostro dolore ma allo stesso tempo, riconosciamo la natura di impermanenza delle nostre emozioni, e dei pensieri che le sostengono.

Lasciamo che le nuvole dei pensieri disfunzionali si sciolgano nell’orizzonte spazioso della nostra mente, e osserviamo i nostri stati emotivi come il mutevole aspetto del mare visto con lo sguardo del gabbiano, che può sorvolare con la stessa libertà i flutti più spaventosi, così come la trasparenza di una cristallina calma piatta.

Lasciamo andare, e l’impermanenza diverrà il nostro migliore alleato, la sofferenza perderà consistenza, e il non sé sarà una vera liberazione.

La sinfonia del presente

Quando si apprende ad ascoltare la musica, ci si focalizza nel seguire il singolo strumento…ricordate Pierino e il lupo di Prokofiev? Alle elementari ci accorgemmo di come la composizione fosse stata creata apposta perché noi bambini potessimo riconoscere il timbro dei diversi strumenti…
In questo tipo di ascolto si fa un esercizio di attenzione selettiva, imparando a circoscrivere la nostra percezione uditiva ad un singolo oggetto…non che gli altri strumenti scompaiano, ma per così dire restano “sullo sfondo” del nostro scenario sonoro, dove al contrario lo strumento prescelto, ad esempio il fagotto, sta proprio sul limitare del boccascena.
Poi, pian piano, si apprende a riconoscere l’alternarsi di viola e oboe, ed il contrappunto tra le diverse frasi melodiche. Si assiste all’apparire sulla soglia della nostra percezione, via via dei diversi strumenti che catturano la nostra attenzione, vuoi col timbro, vuoi col piacere suscitato da una strofa in cui il passaggio tra semitoni ci incanta.
Finché un giorno avviene una specie di miracolo. Andiamo ad assistere ad un concerto dal vivo, dove dapprima siamo incuriositi dai leggeri colpetti dei legni, dal fruscio delle pagine degli spartiti che si voltano quasi all’unisono, dal sincrono silenzio del pubblico. Poi, ci lasciamo andare al flusso dell’ascolto….non è solo la melodia che ci rapisce come un discorso ben raccontato, ma il sapiente intreccio che il compositore ha creato tra diversi timbri, tempi, volumi e cadenze per farne un’unica sinfonia. Così, immersi tra le diverse voci dell’orchestra, anche gli ampi gesti del direttore diventano un tutt’uno con lo sforzo fluente dei singoli e la sorprendente sincronia del tutto, come se si trattasse di una gigantesca coincidenza che accade e si srotola attimo dopo attimo,  mano a mano che il tempo dell’esecuzione si svolge, e nella quale diventiamo disposti ad accogliere anche i rari colpi di tosse, lo scricchiolio delle poltroncine e una smorfia del primo violino.
In questo stesso modo possiamo intendere l’esercizio della consapevolezza, che apprende lo stare del corpo nel corpo, dapprima con minime porzioni di esso, ad esempio il respiro osservato alle narici, per apprendere poi ad accogliere nell’ascolto un presente sempre più ampio senza esclusione,  o selezioni a priori.
Che si espande alle sensazioni nelle sensazioni, alla mente nella mente e agli oggetti mentali negli oggetti mentali.
Finché diventiamo testimoni della sinfonia del reale, che come ogni altra sinfonia può esistere soltanto nel nostro condiviso presente.

Imbolc, nel cuore dell’inverno la resilienza

Astri Erranti e Stelle Fisse

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A volte il nostro cuore è nero e triste come un cielo di pieno inverno. Ci sentiamo, o siamo stati davvero, offesi, traditi e dimenticati. Da qualcuno o qualcosa, dalla vita stessa.

Il gelo è sceso sulla nostra voglia di vivere. Abbiamo anche compreso, frutto di lunghe -e faticose- riflessioni, qual’è stata la nostra parte nell’esperienza difficile che ci ha attraversato, qual’è stato il gioco del caso e delle cause, e come, in fondo, non poteva che andare così.

Eppure, non ce la sentiamo ancora di perdonare, o di perdonarci. Siamo attaccati al ricordo dei dolci giorni passati, alla bellezza delle esperienze e al vigore e alla fiducia che provavamo allora. Allora, ma non certo adesso.

Adesso vogliamo solo fermarci nel rimpianto e nell’astio, ricordare con risentimento le gioie passate e l’offesa che la vita ci ha -ingiustamente?- inferto, sentirci feriti e delusi e restare, come una giornata fredda e umida…

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Le regole di Paracelso, pratiche rinascimentali per il benessere.

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« Il tempio si trova nel cuore e non fra le mura. »
(Paracelso, Liber Sancta Trinitate, volume 3, pag. 54)
L’equinozio d’autunno segnala la stagione in cui ci si rivolge all’interiorità, dapprima per sistemare e ordinare i frutti delle recenti stagioni vitali eliminando ciò che non serve, poi per approfondire ed assaporare lo spazio vuoto che resta a disposizione, infine per ottenere il luminoso risultato del solstizio d’inverno, che come un insight ci avvicina al divino e ci permette di comprendere la varietà delle esperienze…Ecco in nostro aiuto le sette regole d’oro che ci arrivano dal controverso medico rinascimentale Paracelso e che ci possono sostenere nella nostra vita e durante le nostre esperienze, ordinarie e straordinarie.
1Migliorare la salute. Questo richiede una respirazione, il più spesso possibile, profonda e ritmica, riempiendo bene i polmoni , all’aperto o davanti a una finestra aperta. Bere ogni giorno a piccoli sorsi, circa due litri di acqua, mangiare tanta frutta, masticare i cibi il più perfettamente possibile, evitare alcool, tabacco e medicine, a meno che, per qualche motivo grave, non siate sottoposti a trattamento medico. Fare il bagno giornalmente dovrebbe essere un’abitudine che dovete alla vostra dignità.
2Bandite assolutamente dalla vostra mente, per qualsiasi ragione, tutti i pensieri di pessimismo, rabbia, rancore, odio, noia, tristezza, vendetta e povertà. Fuggire come la peste ogni occasione di trattare con persone maldicenti, viziose, vili, mormoratori, pigre, pettegole, vanitose o volgari e inferiori per naturali limiti di comprensione o per argomenti sensuali che costituiscono la base dei loro discorsi o occupazioni. L’osservanza di questa regola è di decisiva importanza: si tratta di cambiare la trama spirituale della vostra anima. E’ l’unico modo per cambiare il vostro destino, perché questo dipende dalle nostre azioni e dai nostri pensieri. Il caso non esiste.
3Fate tutto il bene che vi è possibile. Aiutate ogni infelice ogni volta che potete, ma non nutrite mai un debole per qualsiasi persona. Dovete tenere sotto controllo le vostre forze e fuggire da ogni forma di sentimentalismo.
4Dobbiamo dimenticare ogni offesa, anzi, sforzatevi di pensare bene del vostro più grande nemico. La vostra anima è un tempio che non dovrebbe mai essere profanato dall’odio. Tutti i grandi uomini si sono lasciati guidare da quella soave Voce Interiore, ma questa non vi parlerà immediatamente, ci si deve preparare per un certo tempo, distruggendo la sovrapposizione di strati di vecchie abitudini, pensieri ed errori che pesano sul vostro spirito, che è divino e perfetto nella sua essenza, ma impotente per la imperfezione del veicolo che gli si offre oggi per manifestarsi, la debole carne.
5Dovete raccogliervi ogni giorno, dove nessuno può disturbarvi, anche per mezz’ora, seduti più comodamente possibile, con gli occhi socchiusi e non pensare a niente. Questo rafforza fortemente il cervello e lo Spirito e vi metterà in contatto con influenze benefiche. In questo stato di meditazione e di silenzio, arrivano spesso le idee più brillanti, che a volte, possono cambiare un’intera esistenza. Con il tempo tutti i problemi che sorgono saranno risolti vittoriosamente da una Voce Interiore che vi guiderà in questi momenti di silenzio, da soli con la vostra coscienza. Questo è il demone di cui parlava Socrate.
6È necessario mantenere il silenzio assoluto su tutti i vostri affari personali. Astenersi, come se si fosse fatto un giuramento solenne, dal riferire agli altri, anche al vostro più intimo, di tutto quello che pensate, ascoltate, conoscete, imparate, sospettate o scoprite; per lungo tempo almeno, si dovrebbe essere come una casa murata o un giardino recintato. È una regola della massima importanza.
7Non temete gli uomini e non abbiate paura del domani. Mantenete il vostro cuore forte e puro e ogni cosa andrà bene. Non pensate mai di essere soli o deboli, perché ci sono dietro di voi potenti eserciti, che non potete concepire nemmeno nei sogni. Se vi elevate nello spirito, nessun male potrà toccarvi. Il solo nemico che dovete temere siete voi stessi. La paura e la sfiducia nel futuro sono le madri funeste di tutti i fallimenti e attraggono le cattive influenze e con esse il disastro. Se studiate con attenzione le persone di buona fortuna, vedrete che, intuitivamente, esse osservano gran parte delle regole sopra enunciate. Molti di coloro che ammassano ingenti ricchezze, è certo che non sono del tutto delle buone persone, nel senso della rettitudine, però possiedono molte di quelle virtù che sono menzionate sopra. D’altro canto, la ricchezza non è sinonimo di benedizione, potrebbe essere uno dei fattori che conduce alla felicità, per il potere che ci dà per compiere grandi e nobili opere, però la benedizione più duratura può essere raggiunta solo attraverso percorsi diversi, dove non domina mai l’antico serpente della leggenda, Satana, il cui vero nome è Egoismo.
Conclusione: Non lamentatevi mai di niente, dominate i vostri sensi, fuggite sia dall’umiltà come dalla vanità. L’umiltà vi sottrae le forze e la vanità è tanto dannosa, che è come se dicessimo “peccato mortale contro lo Spirito Santo”.
“Alterius non sit, qui suus esse potest” Non essere schiavo di un altro se puoi essere tu il tuo padrone.
Questo era il motto di Philippus Aureolus Teophrastus Bombastus von Hohenheim nato in Svizzera nel 1493, che preferì chiamarsi “Paracelso”, cioè “meglio di Celso”, un famoso medico greco-romano del primo secolo dopo Cristo, prova del fatto che non soffriva certo di un complesso di inferiorità. Questo è anche confermato dal fatto che lui, essendo professore del università di Basilea, non aveva nessun problema a mettersi contro tutti gli altri professori, non solo tenendo lezioni, nel 1528, per la prima volta in lingua tedesca ma anche a parlare pubblicamente nella piazza del mercato di Basilea contro tutti gli altri colleghi dell’università. Deve aver avuto un carattere difficile, più di una volta viene descritto come “un genio paranoico e spesso ubriaco”, testardo e ostinato. Ma come medico era molto stimato, almeno dagli spiriti più illuminati della sua epoca come Erasmo di Rotterdam.
Queste sono ciò che Paracelso chiama le quattro colonne della medicina e consentono al medico di praticare quest’arte con l’unico fine della salvezza umana; colui che si attiene alle quattro colonne della medicina si distingue per la sua capacità di padroneggiare la materia, senza avventurarsi all’interno di nozioni prive di relazioni le une con le altre.
  • L’arte di conoscere l’essere e il divenire delle cose. (Filosofia, che per l’epoca era tutto il sapere sull’uomo e sulla natura, dalla geografia fino all’anatomia)
  • L’arte di conoscere la forma e la virtù delle cose (Astrologia)
  • L’arte di conoscere ed operare la trasformazione delle cose (Alchimia)
  • La capacità di determinare i limiti e la condotta del proprio comportamento (Virtù)
Si direbbe una visione a 360 gradi, e nonostante le radici nell’astrologia e nel misticismo siano evidenti, una visione quasi moderna: includere tra i pilastri della medicina tutto il sapere sull’uomo e anche l’onestà e l’integrità morale sembra una richiesta piuttosto attuale… “Che cos’è un medico?” si chiese Paracelso e diede anche la risposta: “Colui che riesce a curare i malati.” Sembra una banalità, ma siamo sicuri che lo è davvero?
”Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim detto Paracelsus o Paracelso (Einsiedeln, 14 novembre 1493 – Salisburgo, 24 settembre 1541) è stato alchimista, astrologo e medico svizzero.

Grati al corpo

 

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IL SECONDO OGGETTO DELLA PIENA CONSAPEVOLEZZA

Consapevolezza del corpo

Inspiro e sono consapevole di tutto il mio corpo. Espiro e sono
c
onsapevole di tutto il mio corpo.

Durante la pratica della meditazione, corpo e mente diventano un’unità. Quando ci sediamo o ci mettiamo coricati, quando stiamo in piedi o camminiamo, possiamo praticare la consapevolezza del corpo, cominciando a prendere in considerazione prima le diverse parti anatomiche una per una, e poi l’organismo nel suo complesso. Possiamo cominciare dai capelli e poi scendere fino alla punta dei piedi. Per esempio, nella posizione della meditazione seduta, dopo che avete raggiunto una respirazione regolare, cominciate con l’espirare e osservate: “Espiro e sono consapevole dei miei capelli”, “Inspiro e sono consapevole del contenuto del mio cranio”. Potete continuare così finché non raggiungete la punta dei piedi. Nel corso della pratica, possono sorgere alcune sensazioni o
considerazioni. Per esempio, mentre sto passando attraverso il cuore, d’improvviso mi accorgo che in me è sorta l’ansia per le condizioni del cuore di un caro amico. Non respingo questa sensazione. La riconosco: “Inspiro e sono consapevole di essere in ansia per le
condizioni del cuore del mio amico”. Poi continuate il viaggio di osservazione del corpo, sotto la supervisione della piena consapevolezza del respiro.

Ecco un altro esempio. Mentre divento consapevole dei miei organi digestivi, vedo milioni di minuscoli esseri che vivono con me, nelle mie viscere. Non respingo questa percezione, semplicemente la riconosco: “Inspiro e sono consapevole dei minuscoli organismi che vivono con me e in me”. La consapevolezza della relazione simbiotica con questi organismi può colpirvi come un ricco oggetto di meditazione. Riconoscetelo come tale e datevi un appuntamento per ritornarci più tardi: poi continuate col vostro viaggio di osservazione nel resto del corpo.

Generalmente, diamo poca importanza agli organi del nostro corpo. Ne siamo consapevoli solo quando provocano dolore o quando cominciano ad ammalarsi. Magari passate metà della vita cercando ricchezze e fama e non avete mai carezzato il vostro mignolo del piede in vigile consapevolezza. Il mignolo è molto importante. È stato gentile con voi per tanti anni, e se un giorno notaste che ha qualcosa che potrebbe essere un cancro, cosa fareste?

Forse pensate che essere consapevoli del corpo non sia molto importante. Ma non è vero. Ogni fenomeno fisiologico, psicologico o fisico può diventare una porta che conduce alla verità. Meditando sul vostro dito del piede potete raggiungere la realizzazione. Il segreto di questa pratica è concentrare la mente per osservare ogni organo del corpo in piena consapevolezza. Praticando così, un giorno (forse domani o persino questo pomeriggio) potrete vedere cose profonde e meravigliose, che cambieranno le vostre opinioni e il vostro stile di vita. I vostri capelli sembrano molto comuni, ma dovreste sapere che sono ambasciatori di verità: dategli credito. Osservateli bene e scoprirete il messaggio che ogni singolo capello contiene in sé. I vostri occhi sono comuni fenomeni fisiologici? Sono le finestre che si aprono al miracolo della realtà. Non trascurate niente. Guardate in profondità, e vedrete. Ecco cos’è la pratica della meditazione.

Thich Nhat Hanh

“Respira, sei vivo!”, 1994 Astrolabio

Ascolta dalla presenza

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Sii presente. Sii qui.
Senti i tuoi piedi sul terreno,
la tua pancia che si alza e si abbassa.
Sii aperto e ricettivo
Alla vita intorno a te.
Il suono, l’odore, i sapori.
Sentimenti che si sollevano inaspettatamente.
Un fremito nella pancia.
Una contrazione nella gola.
Pesantezza sulla testa.
Una vecchia tristezza che ci viene a far visita.
Sii curioso quando il momento danza.

Ascolta. Ascolta con tutto il tuo corpo.
Ascoltati. Ascolta gli altri.
Ascolta il silenzio fra le parole.
Lascia che il silenzio rimanga più a lungo.
Non c’è fretta. Non c’è nessun “miglior” momento a cui tendere.
Il silenzio non ha sempre bisogno di essere riempito.
Sii nudo. Più lento.
Sappi un pochino meno di ciò che stai per dire.
Sii meno preparato, più incasinato,
più incline ad esporre il tuo cuore vulnerabile.
Sii sorpreso della tua stessa risposta.
Non ottundere te stesso con le solite vecchie storie.
Combatti per i tuoi bisogni. E’ giusto. Tu sei contenuto.
Lascia le tue parole emergere dal silenzio e ritornarvi.

Nota se stai parlando solo per evitare il silenzio.
Nota se rigurgiti storie che ti sono state raccontate prima.
Nota se stai cercando di fare colpo o vincere amore.
O evitare di essere visto per ciò che davvero sei.

Amico è nel silenzio che davvero ci incontriamo.
Il vero intendimento è oltre la mente.
L’amore è senza parole; e non ha più bisogno di parlare.
Ascolta il silenzio; è vulcanico.

– Jeff Foster

Gustare la gioia

La belle vert

“Inspiro e provo gioia. Espiro e provo gioia”.

Potete praticare questo esercizio scrivendo una lista di tutte le cose che vi danno gioia.

Ma, anche qui, non dite “inspiro e provo gioia” solo a parole. Dovete sentire davvero in voi questa gioia. Inspirando non ho il cancro, non ho avversione, sono ancora molto giovane, in buona salute, sono così fortunata da essere in contatto con la pratica.

Fate una lista scritta di tutte le cose positive in voi e attorno a voi, in modo da poter essere davvero in contatto con la vostra gioia e trarne nutrimento. In Occidente le persone confondono l’eccitazione con la felicità. Molti giovani fraintendono e pensano che gioia e felicità siano la stessa cosa. Hanno molta eccitazione, ma non sono veramente felici.

In realtà gioia e felicità sono due cose diverse. Per fare un esempio, se ci siamo persi in un deserto e all’improvviso vediamo in lontananza un’oasi, iniziamo a sentire gioia ed eccitazione perché sappiamo che presto avremo acqua da bere. Quando arriviamo a bere quell’acqua, l’eccitazione inizia a diminuire. Nella nostra gioia c’è un po’ di pace, perché ora stiamo bevendo davvero. Gustiamo realmente quella gioia: ecco, la felicità è assaporare fino in fondo quell’acqua, non è la gioia eccitata di quando stavamo pregustando quel bere.

Per essere felici dobbiamo vivere in profondità il momento presente. Respiriamo con gioia, consapevoli di avere già molte condizioni per la felicità. Entriamo in contatto con tali condizioni, rallegrandocene e vivendole con pienezza.

I sedici esercizi del Sutra Anapanasati (il quinto esercizio)

Commento del venerabile maestro Thich Nhat Hanh, tratto da due discorsi di Dharma tenuti il 18 e 22 gennaio 1998 a Plum Village.

belle verte

La belle verte, di Coline Serrau 1996 Guarda il film completo in italiano

Mari mossi storti

Solstizio

Da sempre l’arte costituisce, in tutte le culture, non solo un modo per comunicare e per rappresentare, ma anche un modo per dare voce a ciò che ancora è indefinito nelle parole.

Da quando la rappresentazione è stata delegata alla fotografia, sempre più accessibile e prolifica con le tecniche digitali degli ultimi decenni, noi tutti abbiamo appreso a comunicare per immagini, dato che, come dice il proverbio, un’immagine vale mille parole.

Ma talvolta è il significato stesso ad essere ancora indefinito, poco chiaro. Forse perché il contenuto ci spaventa, o è in movimento, o forse perché è doloroso e  troppo pericoloso avvicinarsi. Ma proprio in queste occasioni manca l’elaborazione, che si può completare soltanto nella condivisione e dal rispecchiamento nella relazione.

Ecco allora che le immagini vengono in aiuto, e la funzione dell’artista diventa quella, evocativa, di comunicare stati emotivi e psichici rappresentandoli, dando voce a chi non padroneggia la tecnica che spesso è costretta ad uscire dal figurativo, trasmutando essa stessa facendosi onda e isola nel suo farsi pressione, sbriciolamento del pastello e viscosità dell’olio in un verde troppo trasparente che inciampa nella trama della tela, diventando Cadmio pesante che si impone con il suo corpo spesso, blu di Phthalo che sa accompagnare verso la gioia…

Così, quando nei nostri cuori sentiamo un mare tempestoso a cui non sappiamo dare un nome, troviamo equilibrio nella musica, ed esprimiamo visioni per raccontare e comprendere.

Ecco che in queste occasioni l’arte e la consapevolezza convergono, permettendo entrambe lo stesso sguardo innocente ed acuto sull’abisso di terrore come sull’effimera schiuma, diventando quella tavola da surf che ci permette di galleggiare vigili, nonostante la tempesta del nostro umore storto.

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