Primi passi nella meditazione

In questi ultimi anni si fa un gran parlare di meditazione, soprattutto dei suoi benefici anche quando questi vengono fraintesi…proprio perché esistono molti tipi e stili diversi di meditazione, prodotti da culture e religioni diverse. Attualmente in occidente lo stile più conosciuto è la cosiddetta Mindfulness, proposta laicamente dal biologo Jon Kabat-Zinn ormai da 40 anni. Provo quindi a scrivere un brevissimo articolo per fare chiarezza ed aiutare gli interessati ad orientarsi, senza entrare nel merito delle basi filosofiche che le hanno prodotte e che meriterebbero ben più di un articolo ma che possono essere approfondite individualmente dagli interessati.

La parola italiana meditazione trae il suo significato dal latino meditatio, riflessione e di solito viene considerata una pratica che consente una maggiore padronanza della propria mente…nei diversi percorsi spirituali e religiosi questa padronanza o abilità mentale ha diversi scopi, a seconda appunto, di come viene considerata nel contesto che l’ha prodotta.

Per orientarci all’inizio possiamo comunque individuare due grandi filoni tra le diverse e multiformi pratiche meditative, la meditazione induttiva e quella di consapevolezza, a cui appartiene la mindfulness.

Le meditazioni induttive o immaginative hanno di solito un obiettivo, sia ordinario che spirituale che trascendente e si avvalgono di pratiche come la visualizzazione,la recitazione di mantra e le pratiche immaginative. Gli scopi possono andare dalla ricerca del fidanzato o di un parcheggio, alla guarigione dalle malattie e alla gestione dei sintomi, all’ottenimento di qualità mentali superiori come la generosità o la compassione, e questo dipende appunto dal contesto filosofico e spirituale in cui vengono proposte, e dalle diverse religioni sciamaniche e tantriche che le hanno originate e che hanno messo a punto a volte raffinatissime tecniche mentali, come nella tradizione Tibetana Buddista che risale al VI e poi IX sec. d.C. Anche la scuola giapponese del Buddhismo Nichiren, del XIII sec.d.C, e la controversa meditazione trascendentale, prodotta negli anni ’70 e la cui origine deriva da tradizioni Vediche pre-buddhiste, appartengono a questo stesso filone di stile meditativo.

Per quanto riguarda invece la meditazione di consapevolezza, in questo caso lo scopo è quello di approfondire la conoscenza della propria mente senza avere altri obiettivi secondari (raggiungere la pace mentale o rallentare la discorsività mentale, smettere di pensare o gestire il dolore cronico) anche se questi di solito sono risultati “collaterali” della pratica, passando attraverso l’accettazione e l’assenza di giudizio del proprio mondo interno da cui emerge una naturale comprensione profonda (la vipassana)il cui sviluppo deriva dalle antichissime meditazioni messe a punto dalla tradizione Theravada del Buddhismo, la più antica tradizione buddhista originata circa nel III sec. a.C. Nel buddhismo Chan e poi Zen, nato circa 1000 anni dopo, la forma di meditazione principale è molto simile a quella Theravada. A questo approccio alla padronanza mentale si riferiscono la Mindfulness, le tecniche di ACT e in generale quasi tutte le tecniche di psicoterapia cognitiva definite di terza ondata.

E’ difficile svolgere qualunque pratica meditativa però, se la nostra mente non ha forza, e questa si ottiene mediante la concentrazione, che infatti viene coltivata in tutti gli stili meditativi, sia attraverso la concentrazione su di un oggetto immaginato (un’immagine mentale) che un oggetto reale, dalla fiamma di una candela al respiro, oggetto che può avere diversi livelli di sottigliezza e che permette quindi di ottenere in proporzione sulla sua base diversi livelli di forza nella concentrazione sviluppata, fino alla perfetta unione del meditante con il suo oggetto di meditazione, il samadhi, che porta alla calma e tranquillità mentale, Samatha, uno stato che si può ottenere nel buddhismo in tutte le tradizioni praticando i diversi stili di meditazione proposti.

Per incominciare quindi, è bene armarsi di una buona mente del principiante e incamminarsi per gradi, innanzitutto scoprendo con affetto e comprensione quello che c’è nella nostra mente approfondendo un po’ la nostra soglia di consapevolezza. Proviamo ad osservare semplicemente e con continuità le sensazioni del corpo ed il respiro.

In questa pagina si possono trovare alcune tracce guida per meditare, mentre con una certa continuità offro degli incontri di meditazione su webinar, inoltre è sempre possibile scrivermi per ulteriori approfondimenti a cui risponderò volentieri se sarò in grado.

Il coraggio di accettarsi.

Ho deciso, finalmente, di guardare l’intera serie del Trono di Spade, e giunta alla terza stagione sto considerando come in questa storia i sistemi motivazionali dei personaggi rappresentati, soprattutto il sistema del rango, si esprimano chiaramente in un contesto crudo e pieno di chiaroscuri come quello descritto dalla sceneggiatura, ambientata in un’epoca simile ad un alto medioevo nella vecchia Europa pagana, dove sono i sistemi neurovegetativi più che il raziocinio a governare apertamente il mondo.

I valori sono semplici, o semplificati, dalle crude necessità di sopravvivenza…competizione, sesso, attacco e fuga, freezing e trauma, quest’ultimo probabilmente è una componente integrata stabilmente nella personalità di ciascun protagonista, e i cosiddetti difetti mentali – ignoranza-rabbia-attaccamento- orgoglio- vendetta- che si esprimono con vigore, mentre l’impulsività guida spesso le azioni dei diversi personaggi…c’è poco di non detto o di sottinteso, e la vita e la morte attraversano continuamente la realtà umana, al contrario dell’apparenza dei nostri giorni nella vecchia Europa regno del virtuale, in cui emozioni e reattività vengono spesso attutiti e mediati, quando non addirittura negati. Ma nella nostra attuale Europa viziata e, forse, un po’ logorata, si sono susseguiti, dopo l’alto, il medio e basso medioevo, dopo l’inquisizione, anche l’illuminismo, il rinascimento ed il romanticismo, oltre che due guerre mondiali ed un genocidio…siamo diventati esperti nel proteggerci dalle emozioni fortemente dimostrate, che restano però presenti sotto forma di stati emotivi, tendenze all’azione interiorizzate, regole e abitudini…che ogni tanto o spesso vengono rotte, e lasciano la loro impronta nello stress e nei vari disturbi del terzo millennio che conosciamo così bene.

Nei Sette Regni invece i valori di cooperazione e altruismo sono presenti appena abbozzati, del resto il personaggio che meglio li rappresenta e che cerca di fare la cosa giusta, muore (peraltro ingiustamente) già nella prima serie…Assistiamo però all’interesse divenire dell’eroe, il figlio illegittimo che nel corso delle puntate apprende a diventare eroe, imparando dalle proprie debolezze, e dal senso di inadeguatezza che deriva dalla sua incerta origine.

Mentre dapprima si dirige alla barriera, per diventare il difensore eroico che vuole essere meglio e al di sopra degli altri, riuscendo così a riscattare il suo stato di orfano illegittimo, piano piano si riaccosta invece alla propria umanità piena di sfaccettature, dove impara il coraggio del perseguire i propri obiettivi, la solidarietà ed apprende ad amare proprio rompendo i suoi voti di dedizione ad una vita eroica che antepone gli altri a sé.

Assistiamo quindi al divenire dell’eroe, quello vero, che sbaglia e conosce bene le proprie debolezze, ed è ben lontano dal senso di superiorità di chi invece si dichiara migliore, più altruista e compassionevole dei suoi confratelli umani, avvalendosi magari a questo scopo del marchio di una qualche entità soprannaturale, sempre attento a rinforzare la propria autostima attraverso gli elogi che, in mancanza di meglio, si rivolge da sé…

Lasciando la metafora e trasponendo questa lettura alla nostra esperienza interna, appare evidente che aprirsi a se stessi e ai propri bisogni infatti, non ci impedisce di essere accoglienti e gentili verso gli altri, ma anzi diminuisce il nostro orgoglio e ci porta a contatto con la nostra umanità, la sola che ci può guidare verso la comprensione e l’aiuto, se ne siamo capaci, degli altri. Del resto, come si può sviluppare davvero il coraggio e la capacità di amare se non si conosce da vicino la propria paura e debolezza, accogliendola con compassione e accettazione per poi riconoscerla e quindi accettarla nei nostri simili ?

Una giornata dedicata alla compassione e gentilezza verso se stessi, nella natura accogliente delle colline toscane. Vedi

Gentilezza in prima persona

La gentilezza è considerata un elemento fondamentale e positivo nei rapporti sociali, e questo avviene in tutte le culture e sistemi filosofici o spirituali…ma che cosa potrebbe succedere se provassimo ad essere gentili anche con noi stessi oltre che verso gli altri, trasformando il nostro dialogo interiore di critica e disapprovazione in uno sguardo accogliente e affettuoso anche verso noi stessi, verso i nostri limiti ed i nostri errori? Di seguito qualche citazione sulla gentilezza, (ne possiamo trovare moltissime in internet) proviamo ad applicare verso noi stessi queste intenzioni…e vediamo se accade qualcosa!

Nessun atto di gentilezza, per piccolo che sia, è mai sprecato. (Esopo)

Sii gentile quando possibile. È sempre possibile. (Dalai Lama)

Quale saggezza puoi trovare che sia più grande della gentilezza? (Jean Jacques Rosseau)

Nella vita umana tre cose sono importanti. La prima è essere gentili. La seconda è essere gentili. e la terza è essere gentili. (Henry James)

Tenerezza e gentilezza non sono sintomo di disperazione e debolezza, ma espressione di forza e di determinazione.(Khalil Gibran)

La gentilezza viene incoraggiata nei rapporti sociali e interpersonali poiché favorisce la cooperazione e l’aiuto reciproco, basi di un solido sistema sociale, più forte del singolo individuo. Quindi possiamo pensare che coltivare un buon rapporto con noi stessi sia alla base di una maggiore centratura e di una migliore adesione ai propri principi e ai propri scopi. Spesso, con l’intenzione di pungolare un po’ la nostra performance, adottiamo verso noi stessi atteggiamenti di autocritica e di biasimo che non useremmo verso altre persone, arrivando addirittura ad umiliarci interiormente. Questo discorso interiore però ha il risultato di mantenere altro il nostro livello di stress, rendendoci più vulnerabili a perdite ed errori, che non riusciamo ad integrare nella nostra esperienza…in pratica, la nostra vita peggiora e spesso abbiamo la sensazione che ciò che vogliamo ottenere ci sfugga tra le dita, dato che non riusciamo ad essere flessibili e a cambiare i nostri obiettivi adattandoci alla realtà, e preferiamo restare ancorati a illusioni rapidamente obsolete…

Una giornata di pratica intensiva dedicata alla gentilezza e all’accettazione di sè, il 31 marzo 2019 a Niccioleta (GR) Informazioni

Dimenticare

In queste belle giornate di fine inverno, prima che il freddo ci riaddenti con un
ultimo morso prima di andarsene, lo sguardo è alla ricerca di ogni minimo
indizio che lasci sperare nel ritorno di primavera.
Qualunque semplice fiore sembra essere un incanto di bellezza,
nel suo sbocciarein una turgida novità.
Questi rami mi hanno sorpresa, perchè residui di una potatura di gennaio,
erano stati infilati senza molte speranze in un vaso colmo d’acqua
e nascosti al freddo, dietro ad una tenda sul davanzale di una finestra.
Dopo qualche settimana, mentre ero alla ricerca dell’origine di uno strano
odore sgradevole nel mio soggiorno,
mi sono ricordata del vaso colmo d’acqua,
probabilmente ora marcita.
Invece, ecco la sorpresa dei boccioli rosati, che come piccoli polpastrelli curiosi
si appoggiano teneri all’aria ancora fredda, tra le pareti di casa.
Come un cuore raggelato dalla paura viene accerchiato dalla vita e dal
cambiamento, e dalla voglia di dimenticare, finalmente.

La dimora del corpo

 

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“Che effetto farebbe prendere dimora nel proprio corpo, nella sensazione di essere vivi e basta, anche se per pochi attimi, diciamo per cinque minuti alla fine della giornata, sdraiati a letto o seduti da qualche parte, la sera o all’inizio della giornata, persino prima di mettere giù i piedi dal letto? Che effetto farebbe? Potete scoprirlo, naturalmente, se solo incontrate voi stessi evitando deliberatamente di riempire il momento presente di qualcosa […] E anche se non siete agitati potete sempre ricordare, quando fate la doccia, di controllare se davvero vi trovate nella doccia o se la vostra mente sia da qualche altra parte a riempirsi fino all’orlo dimenticandosi di fare una capatina nel «qui e ora»: nell’acqua che vi scorre sulla pelle” 

Jon Kabat – Zinn

Maree emotive e perturbazioni mentali (lasciare andare)

Acqua e nuvole sono buone metafore dell’impermanenza…l’acqua per rappresentare le emozioni, le nuvole legate all’elemento aria, per rappresentare i pensieri.

Quando siamo preda di forti emozioni o di pensieri ricorrenti, spesso ci dimentichiamo di osservare quanto accade nel mondo naturale, e restiamo coinvolti e bloccati attribuendo ai nostri stati interni ed emotivi delle proprietà di solidità e immanenza totalmente immaginate, stati di esistenza che in natura per l’appunto non esistono…

Già Ippocrate aveva proposto nel 460 a.C. la sua teoria degli umori, e la visione di un equilibrio tra caldo, umido, secco e freddo come uno stato di benessere globale dell’uomo, espressione della composizione degli elementi fondamentali allora individuati coma aria, acqua, fuoco, terra. Tale teoria  ha attraversato tutto il mondo antico, da Tolomeo a Galeno per giungere a Paracelso. Egli infatti introdurrà un metodo curativo, e un nuovo principio di equilibrio, fra i tre principi che concorrono alla formazione e all’equilibrio della materia, Sale, Zolfo e Mercurio. L’idea di base che viene sempre mantenuta è però quella di una corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, e quindi l’accesso a stati individuali riconoscendone i principi nell’universo.

Nel Buddhismo, in tutte le tradizioni, si identificano tre aspetti fondamentali  dell’esistenza, l’impermanenza o cambiamento o divenire (anicca); la sofferenza o l’insoddisfacibilità connaturata alle cose mondane (dukkha); il non sé o l’insostanzialità della personalità o l’inesistenza di un nucleo permanente e separato (anattā), aspetti che si possono facilmente identificare nell’esperienza quotidiana ma che spesso evitiamo di guardare per non abbandonare la nostra visione concreta, frutto di abitudini mentali e schemi di pensiero radicati.

In psicologia si parla di modelli operativi interni, creati durante l’infanzia come parte della nostra relazione di attaccamento verso le figure genitoriali, sulla quale modelliamo i nostri comportamenti e pensieri, e su cui possiamo aver costruito schemi abitudinari di pensiero e circoli viziosi che ci inducono sofferenza, specie se la nostra infanzia è stata colpita da eventi traumatici, episodi ricorrenti e non integrati di rifiuto, critica o disprezzo.

Quando questi stati emotivi, di rabbia e tristezza, si presentano alla nostra consapevolezza, li percepiamo come se fossero onde congelate che propongono sempre lo stesso stato emotivo ripetendo come in un ciclo infinito – un loop- la vecchia sofferenza, ancora e ancora.

E’ allora che potremmo generare un po’ di compassione per noi stessi (self-compassion), se è il momento di piangere, piangiamo pure, riconosciamo il nostro dolore ma allo stesso tempo, riconosciamo la natura di impermanenza delle nostre emozioni, e dei pensieri che le sostengono.

Lasciamo che le nuvole dei pensieri disfunzionali si sciolgano nell’orizzonte spazioso della nostra mente, e osserviamo i nostri stati emotivi come il mutevole aspetto del mare visto con lo sguardo del gabbiano, che può sorvolare con la stessa libertà i flutti più spaventosi, così come la trasparenza di una cristallina calma piatta.

Lasciamo andare, e l’impermanenza diverrà il nostro migliore alleato, la sofferenza perderà consistenza, e il non sé sarà una vera liberazione.

La sinfonia del presente

Quando si apprende ad ascoltare la musica, ci si focalizza nel seguire il singolo strumento…ricordate Pierino e il lupo di Prokofiev? Alle elementari ci accorgemmo di come la composizione fosse stata creata apposta perché noi bambini potessimo riconoscere il timbro dei diversi strumenti…
In questo tipo di ascolto si fa un esercizio di attenzione selettiva, imparando a circoscrivere la nostra percezione uditiva ad un singolo oggetto…non che gli altri strumenti scompaiano, ma per così dire restano “sullo sfondo” del nostro scenario sonoro, dove al contrario lo strumento prescelto, ad esempio il fagotto, sta proprio sul limitare del boccascena.
Poi, pian piano, si apprende a riconoscere l’alternarsi di viola e oboe, ed il contrappunto tra le diverse frasi melodiche. Si assiste all’apparire sulla soglia della nostra percezione, via via dei diversi strumenti che catturano la nostra attenzione, vuoi col timbro, vuoi col piacere suscitato da una strofa in cui il passaggio tra semitoni ci incanta.
Finché un giorno avviene una specie di miracolo. Andiamo ad assistere ad un concerto dal vivo, dove dapprima siamo incuriositi dai leggeri colpetti dei legni, dal fruscio delle pagine degli spartiti che si voltano quasi all’unisono, dal sincrono silenzio del pubblico. Poi, ci lasciamo andare al flusso dell’ascolto….non è solo la melodia che ci rapisce come un discorso ben raccontato, ma il sapiente intreccio che il compositore ha creato tra diversi timbri, tempi, volumi e cadenze per farne un’unica sinfonia. Così, immersi tra le diverse voci dell’orchestra, anche gli ampi gesti del direttore diventano un tutt’uno con lo sforzo fluente dei singoli e la sorprendente sincronia del tutto, come se si trattasse di una gigantesca coincidenza che accade e si srotola attimo dopo attimo,  mano a mano che il tempo dell’esecuzione si svolge, e nella quale diventiamo disposti ad accogliere anche i rari colpi di tosse, lo scricchiolio delle poltroncine e una smorfia del primo violino.
In questo stesso modo possiamo intendere l’esercizio della consapevolezza, che apprende lo stare del corpo nel corpo, dapprima con minime porzioni di esso, ad esempio il respiro osservato alle narici, per apprendere poi ad accogliere nell’ascolto un presente sempre più ampio senza esclusione,  o selezioni a priori.
Che si espande alle sensazioni nelle sensazioni, alla mente nella mente e agli oggetti mentali negli oggetti mentali.
Finché diventiamo testimoni della sinfonia del reale, che come ogni altra sinfonia può esistere soltanto nel nostro condiviso presente.

Imbolc, nel cuore dell’inverno la resilienza

Astri Erranti e Stelle Fisse

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A volte il nostro cuore è nero e triste come un cielo di pieno inverno. Ci sentiamo, o siamo stati davvero, offesi, traditi e dimenticati. Da qualcuno o qualcosa, dalla vita stessa.

Il gelo è sceso sulla nostra voglia di vivere. Abbiamo anche compreso, frutto di lunghe -e faticose- riflessioni, qual’è stata la nostra parte nell’esperienza difficile che ci ha attraversato, qual’è stato il gioco del caso e delle cause, e come, in fondo, non poteva che andare così.

Eppure, non ce la sentiamo ancora di perdonare, o di perdonarci. Siamo attaccati al ricordo dei dolci giorni passati, alla bellezza delle esperienze e al vigore e alla fiducia che provavamo allora. Allora, ma non certo adesso.

Adesso vogliamo solo fermarci nel rimpianto e nell’astio, ricordare con risentimento le gioie passate e l’offesa che la vita ci ha -ingiustamente?- inferto, sentirci feriti e delusi e restare, come una giornata fredda e umida…

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Le regole di Paracelso, pratiche rinascimentali per il benessere.

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« Il tempio si trova nel cuore e non fra le mura. »
(Paracelso, Liber Sancta Trinitate, volume 3, pag. 54)
L’equinozio d’autunno segnala la stagione in cui ci si rivolge all’interiorità, dapprima per sistemare e ordinare i frutti delle recenti stagioni vitali eliminando ciò che non serve, poi per approfondire ed assaporare lo spazio vuoto che resta a disposizione, infine per ottenere il luminoso risultato del solstizio d’inverno, che come un insight ci avvicina al divino e ci permette di comprendere la varietà delle esperienze…Ecco in nostro aiuto le sette regole d’oro che ci arrivano dal controverso medico rinascimentale Paracelso e che ci possono sostenere nella nostra vita e durante le nostre esperienze, ordinarie e straordinarie.
1Migliorare la salute. Questo richiede una respirazione, il più spesso possibile, profonda e ritmica, riempiendo bene i polmoni , all’aperto o davanti a una finestra aperta. Bere ogni giorno a piccoli sorsi, circa due litri di acqua, mangiare tanta frutta, masticare i cibi il più perfettamente possibile, evitare alcool, tabacco e medicine, a meno che, per qualche motivo grave, non siate sottoposti a trattamento medico. Fare il bagno giornalmente dovrebbe essere un’abitudine che dovete alla vostra dignità.
2Bandite assolutamente dalla vostra mente, per qualsiasi ragione, tutti i pensieri di pessimismo, rabbia, rancore, odio, noia, tristezza, vendetta e povertà. Fuggire come la peste ogni occasione di trattare con persone maldicenti, viziose, vili, mormoratori, pigre, pettegole, vanitose o volgari e inferiori per naturali limiti di comprensione o per argomenti sensuali che costituiscono la base dei loro discorsi o occupazioni. L’osservanza di questa regola è di decisiva importanza: si tratta di cambiare la trama spirituale della vostra anima. E’ l’unico modo per cambiare il vostro destino, perché questo dipende dalle nostre azioni e dai nostri pensieri. Il caso non esiste.
3Fate tutto il bene che vi è possibile. Aiutate ogni infelice ogni volta che potete, ma non nutrite mai un debole per qualsiasi persona. Dovete tenere sotto controllo le vostre forze e fuggire da ogni forma di sentimentalismo.
4Dobbiamo dimenticare ogni offesa, anzi, sforzatevi di pensare bene del vostro più grande nemico. La vostra anima è un tempio che non dovrebbe mai essere profanato dall’odio. Tutti i grandi uomini si sono lasciati guidare da quella soave Voce Interiore, ma questa non vi parlerà immediatamente, ci si deve preparare per un certo tempo, distruggendo la sovrapposizione di strati di vecchie abitudini, pensieri ed errori che pesano sul vostro spirito, che è divino e perfetto nella sua essenza, ma impotente per la imperfezione del veicolo che gli si offre oggi per manifestarsi, la debole carne.
5Dovete raccogliervi ogni giorno, dove nessuno può disturbarvi, anche per mezz’ora, seduti più comodamente possibile, con gli occhi socchiusi e non pensare a niente. Questo rafforza fortemente il cervello e lo Spirito e vi metterà in contatto con influenze benefiche. In questo stato di meditazione e di silenzio, arrivano spesso le idee più brillanti, che a volte, possono cambiare un’intera esistenza. Con il tempo tutti i problemi che sorgono saranno risolti vittoriosamente da una Voce Interiore che vi guiderà in questi momenti di silenzio, da soli con la vostra coscienza. Questo è il demone di cui parlava Socrate.
6È necessario mantenere il silenzio assoluto su tutti i vostri affari personali. Astenersi, come se si fosse fatto un giuramento solenne, dal riferire agli altri, anche al vostro più intimo, di tutto quello che pensate, ascoltate, conoscete, imparate, sospettate o scoprite; per lungo tempo almeno, si dovrebbe essere come una casa murata o un giardino recintato. È una regola della massima importanza.
7Non temete gli uomini e non abbiate paura del domani. Mantenete il vostro cuore forte e puro e ogni cosa andrà bene. Non pensate mai di essere soli o deboli, perché ci sono dietro di voi potenti eserciti, che non potete concepire nemmeno nei sogni. Se vi elevate nello spirito, nessun male potrà toccarvi. Il solo nemico che dovete temere siete voi stessi. La paura e la sfiducia nel futuro sono le madri funeste di tutti i fallimenti e attraggono le cattive influenze e con esse il disastro. Se studiate con attenzione le persone di buona fortuna, vedrete che, intuitivamente, esse osservano gran parte delle regole sopra enunciate. Molti di coloro che ammassano ingenti ricchezze, è certo che non sono del tutto delle buone persone, nel senso della rettitudine, però possiedono molte di quelle virtù che sono menzionate sopra. D’altro canto, la ricchezza non è sinonimo di benedizione, potrebbe essere uno dei fattori che conduce alla felicità, per il potere che ci dà per compiere grandi e nobili opere, però la benedizione più duratura può essere raggiunta solo attraverso percorsi diversi, dove non domina mai l’antico serpente della leggenda, Satana, il cui vero nome è Egoismo.
Conclusione: Non lamentatevi mai di niente, dominate i vostri sensi, fuggite sia dall’umiltà come dalla vanità. L’umiltà vi sottrae le forze e la vanità è tanto dannosa, che è come se dicessimo “peccato mortale contro lo Spirito Santo”.
“Alterius non sit, qui suus esse potest” Non essere schiavo di un altro se puoi essere tu il tuo padrone.
Questo era il motto di Philippus Aureolus Teophrastus Bombastus von Hohenheim nato in Svizzera nel 1493, che preferì chiamarsi “Paracelso”, cioè “meglio di Celso”, un famoso medico greco-romano del primo secolo dopo Cristo, prova del fatto che non soffriva certo di un complesso di inferiorità. Questo è anche confermato dal fatto che lui, essendo professore del università di Basilea, non aveva nessun problema a mettersi contro tutti gli altri professori, non solo tenendo lezioni, nel 1528, per la prima volta in lingua tedesca ma anche a parlare pubblicamente nella piazza del mercato di Basilea contro tutti gli altri colleghi dell’università. Deve aver avuto un carattere difficile, più di una volta viene descritto come “un genio paranoico e spesso ubriaco”, testardo e ostinato. Ma come medico era molto stimato, almeno dagli spiriti più illuminati della sua epoca come Erasmo di Rotterdam.
Queste sono ciò che Paracelso chiama le quattro colonne della medicina e consentono al medico di praticare quest’arte con l’unico fine della salvezza umana; colui che si attiene alle quattro colonne della medicina si distingue per la sua capacità di padroneggiare la materia, senza avventurarsi all’interno di nozioni prive di relazioni le une con le altre.
  • L’arte di conoscere l’essere e il divenire delle cose. (Filosofia, che per l’epoca era tutto il sapere sull’uomo e sulla natura, dalla geografia fino all’anatomia)
  • L’arte di conoscere la forma e la virtù delle cose (Astrologia)
  • L’arte di conoscere ed operare la trasformazione delle cose (Alchimia)
  • La capacità di determinare i limiti e la condotta del proprio comportamento (Virtù)
Si direbbe una visione a 360 gradi, e nonostante le radici nell’astrologia e nel misticismo siano evidenti, una visione quasi moderna: includere tra i pilastri della medicina tutto il sapere sull’uomo e anche l’onestà e l’integrità morale sembra una richiesta piuttosto attuale… “Che cos’è un medico?” si chiese Paracelso e diede anche la risposta: “Colui che riesce a curare i malati.” Sembra una banalità, ma siamo sicuri che lo è davvero?
”Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim detto Paracelsus o Paracelso (Einsiedeln, 14 novembre 1493 – Salisburgo, 24 settembre 1541) è stato alchimista, astrologo e medico svizzero.

Grati al corpo

 

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IL SECONDO OGGETTO DELLA PIENA CONSAPEVOLEZZA

Consapevolezza del corpo

Inspiro e sono consapevole di tutto il mio corpo. Espiro e sono
c
onsapevole di tutto il mio corpo.

Durante la pratica della meditazione, corpo e mente diventano un’unità. Quando ci sediamo o ci mettiamo coricati, quando stiamo in piedi o camminiamo, possiamo praticare la consapevolezza del corpo, cominciando a prendere in considerazione prima le diverse parti anatomiche una per una, e poi l’organismo nel suo complesso. Possiamo cominciare dai capelli e poi scendere fino alla punta dei piedi. Per esempio, nella posizione della meditazione seduta, dopo che avete raggiunto una respirazione regolare, cominciate con l’espirare e osservate: “Espiro e sono consapevole dei miei capelli”, “Inspiro e sono consapevole del contenuto del mio cranio”. Potete continuare così finché non raggiungete la punta dei piedi. Nel corso della pratica, possono sorgere alcune sensazioni o
considerazioni. Per esempio, mentre sto passando attraverso il cuore, d’improvviso mi accorgo che in me è sorta l’ansia per le condizioni del cuore di un caro amico. Non respingo questa sensazione. La riconosco: “Inspiro e sono consapevole di essere in ansia per le
condizioni del cuore del mio amico”. Poi continuate il viaggio di osservazione del corpo, sotto la supervisione della piena consapevolezza del respiro.

Ecco un altro esempio. Mentre divento consapevole dei miei organi digestivi, vedo milioni di minuscoli esseri che vivono con me, nelle mie viscere. Non respingo questa percezione, semplicemente la riconosco: “Inspiro e sono consapevole dei minuscoli organismi che vivono con me e in me”. La consapevolezza della relazione simbiotica con questi organismi può colpirvi come un ricco oggetto di meditazione. Riconoscetelo come tale e datevi un appuntamento per ritornarci più tardi: poi continuate col vostro viaggio di osservazione nel resto del corpo.

Generalmente, diamo poca importanza agli organi del nostro corpo. Ne siamo consapevoli solo quando provocano dolore o quando cominciano ad ammalarsi. Magari passate metà della vita cercando ricchezze e fama e non avete mai carezzato il vostro mignolo del piede in vigile consapevolezza. Il mignolo è molto importante. È stato gentile con voi per tanti anni, e se un giorno notaste che ha qualcosa che potrebbe essere un cancro, cosa fareste?

Forse pensate che essere consapevoli del corpo non sia molto importante. Ma non è vero. Ogni fenomeno fisiologico, psicologico o fisico può diventare una porta che conduce alla verità. Meditando sul vostro dito del piede potete raggiungere la realizzazione. Il segreto di questa pratica è concentrare la mente per osservare ogni organo del corpo in piena consapevolezza. Praticando così, un giorno (forse domani o persino questo pomeriggio) potrete vedere cose profonde e meravigliose, che cambieranno le vostre opinioni e il vostro stile di vita. I vostri capelli sembrano molto comuni, ma dovreste sapere che sono ambasciatori di verità: dategli credito. Osservateli bene e scoprirete il messaggio che ogni singolo capello contiene in sé. I vostri occhi sono comuni fenomeni fisiologici? Sono le finestre che si aprono al miracolo della realtà. Non trascurate niente. Guardate in profondità, e vedrete. Ecco cos’è la pratica della meditazione.

Thich Nhat Hanh

“Respira, sei vivo!”, 1994 Astrolabio